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Galleria

Giambettino Cignaroli, Pomponio secondo riceve gli onori trionfali. Verona, Museo di Castelvecchio, in deposito alla Loggia del Consiglio
Giambettino Cignaroli, La Madonna col Bambino, l'angelo custode e i santi Lorenzo, Lucia, Antonio da Padova e Barbara. Madrid, Museo Nacional del Prado
Giambettino Cignaroli, Autoritratto. Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie.
Giambattista Tiepolo, Eliodoro e l'alto sacerdote Onias. Verona, Museo di Castelvecchio
Antonio Balestra, Teti nella fucina di Vulcano. Arquà Petrarca, Galleria Copercini e Giuseppin
Una veduta della facciata del Palazzo della Gran Guardia, sede della mostra
Giambettino Cignaroli, Morte di Socrate. Budapest, Szépmuvészeti Múzeum
Pietro Antonio Rotari, Alessandro e Rossane. San Pietroburgo, Museo di Stato dell'Ermitage
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Mostra

Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della pittura

Verona, Palazzo della Gran Guardia 26 novembre 2011 - 9 aprile 2012

Pietro Antonio Rotari, Giovane donna con cuffia. Collezione privata
Pietro Antonio Rotari, Giovane donna con cuffia. Collezione privata

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Una premessa

Gettando un ponte tra due rassegne, La pittura a Verona tra Sei e Settecento, curata nel 1978 da Licisco Magagnato, e 1797 Bonaparte a Verona, allestita da Paola Marini a Castelvecchio nel 1997-1998, Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della pittura condensa e ricapitola gli studi, moltiplicatisi negli ultimi anni, sulla cultura artistica scaligera in età barocca e tardo barocca, permettendo un’operazione di verifica delle ipotesi e delle attribuzioni sinora avanzate. In questo senso il pregio maggiore dell’iniziativa è il sottinteso raccordo con le opere disseminate nelle sedi museali civiche, nelle chiese, nei palazzi e nelle ville del territorio, ai quali il visitatore dovrà accostarsi, per quanto possibile, una volta lasciata la sede della mostra.

La mostra

Alla Gran Guardia il percorso espositivo si articola in più sezioni, introdotte da esaustivi pannelli informativi, che si completano, senza sovrapposizioni, con le notizie sulle singole opere registrate sul dispositivo elettronico. Quest’ultimo è incluso nel prezzo del biglietto, con un’operazione pensata per un pubblico al quale non sono noti certi snodi di cultura artistica, peraltro in pieno recupero critico.
Protagonista della prima sezione è la città: la Verona del Settecento viene rievocata dalle opere dei pittori di vedute, esclusivamente forestieri, come van Wittel, il bresciano Giambattista Cimaroli e Bernardo Bellotto, del quale è peraltro presente la tela proveniente dalle Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, con la Veduta di Verona con il Ponte Navi. La sala è l’unica a beneficiare ancora dell’ illuminazione naturale,  che negli ambienti successivi è assicurata dalla combinazione dell’effetto di ricaduta della luce proiettata dalle lampade sul soffitto e della concentrazione di faretti direzionati sui singoli manufatti.

In una lettera indirizzata al cavalier Francesco Gabburri del 10 settembre 1733 Antonio Balestra riconosceva che «in Verona non vi sono di meglio del Signor Rotari e del Cignaroli, due grandi spiriti da far gran passata». Nel giudizio del pittore si riconosce anche il criterio che ha ispirato i curatori dell’attuale rassegna, i quali, nel privilegiare la qualità dei due maestri, hanno ritenuto opportuno premettere uno spazio dedicato agli antefatti, che hanno preceduto gli sviluppi artistici del pieno Settecento scaligero. Sulle pareti si allineano così lavori del francese - ma vissuto per lungo tempo a Verona - Louis Dorigny, di Antonio Balestra e di Simone Brentana. Ad essi succedono ‘i nuovi protagonisti’, ospitati nella sezione più ampia della mostra. Quest’ultima è imperniata sulle figure di Pietro Antonio Rotari e Giambettino Cignaroli, rappresentati da diversi quadri di grande formato, posizionati sulle pareti o sui grandi pannelli divisori, che suddividono e scandiscono i saloni monumentali del palazzo.

Rotari, creato di Balestra, si esercitò inizialmente nell’arte del disegno. Fu dapprima a Venezia, poi presso Francesco Trevisani a Roma, dove ebbe modo di studiare la scultura classica, e infine a Napoli con Solimena, delle cui opere dovette apprezzare la compostezza formale e la tessitura chiaroscurale. Proprio gli effetti chiaroscurati e il «color cenericcio» nelle opere rotariane non raccolsero il favore di Lanzi, che riscontrava «in quel colorito … alquanto del malinconico». Dai primi anni Cinquanta il pittore si trasferì nelle corti di Vienna, Dresda e infine Pietroburgo, dove si spense nel 1762.
Tra i capolavori di Rotari esposti si segnalano la Natività della Vergine dei Musei Civici di Padova, un quadro «così pieno di vezzi che nulla più», come ricorda  Lanzi, presumibilmente per gli aggraziati gesti delle figure femminili, in un’opera sostanziata da un pacato classicismo e della quale è pervenuto in mostra anche il relativo schizzo preparatorio; Alessandro e Rossane, conservato all’Ermitage ma in origine nella collezione del conte Brühl a Dresda; i Ritratti delle principesse Elisabetta e Cunegonda di Sassonia, che rivelano le sue doti di ritrattista; infine una significativa campionatura di quelle Teste di carattere o Teste di fantasia, che non raffigurano personaggi reali, ma declinazioni di un particolare sentimento o stato umano, rappresentative dei parametri estetici di un’epoca.

Accanto a Rotari un posto di primo piano occupa nella rassegna l’opera di Giambettino Cignaroli. Cignaroli non si spostò mai da Verona, se non per alcuni brevi soggiorni veneziani, un periodo di permanenza alla corte sabauda e qualche viaggio in Emilia, ma ricevette commissioni ugualmente prestigiose. Fu allievo di Santo Prunati, apprendistato che spiega i debiti in direzione emiliana della sua pittura, e sappiamo che nutrì una forte ammirazione per Correggio e Carlo Cignani. Nelle sue opere l’attenzione per la compostezza formale si accompagnava ad una sensibile espressione dei sentimenti, testimoniata dal Congedo di Ettore da Andromaca, conservato a Tainan (Taiwan) e che purtroppo non figura tra i pezzi in mostra. Nel corso della sua lunga carriera, entro il 1745 si concentrano le imprese decorative, tra cui la decorazione di Palazzo Labia a Venezia e quella della Villa Pompei a Illasi. Ad un periodo più tardo risalgono alcuni dei quadri presenti, come Pomponio secondo riceve gli onori trionfali, dove assai eloquenti sono i rinvii veronesiani; la pala, oggi al Prado, con la Madonna col Bambino, l’angelo custode e i santi Lorenzo, Lucia, Antonio da Padova e Barbara, commissionata dalla duchessa di Parma e destinata ad ornare il retablo della cappella della reggia di Riofrío, presso Segovia in Spagna. Su commissione dell’imperatrice russa Elisabetta Petrovna fu dipinta la tela con Angelica e Medoro, ora a San Pietroburgo, mentre al re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski furono destinati due quadri con soggetti mitologici. Nella penultima sala sono collocate la Morte di Rachele delle Gallerie del’Accademia e le due stupefacenti tele en pendant, oggi a Budapest, con la Morte di Socrate e la Morte di Catone. Commissione prestigiosa del plenipotenziario nella Lombardia austriaca Carlo di Firmian, i due dipinti, dal soggetto edificante della “morte virtuosa”, coniugano un classicismo monumentale con una straordinaria capacità di espressione degli affetti, su cui insistono anche le fonti antiche.
Nel 1764 la fondazione dell’Accademia di pittura veronese, oltre a segnare un personale successo di Cignaroli, che venne acclamato direttore a vita, sancì il riconoscimento ufficiale della scuola veronese di pittura, fondata su una tradizione di pittura che, come scrive Tomezzoli, «si sostanzia degli apporti romani importati da Rotari e di quelli emiliani passati nella parlata di Cignaroli».

In una ulteriore sezione sono esposti modelletti grafici e pittorici. Disegni preparatori, bozzetti per tele e decorazioni a fresco riferiti a numerosi maestri, nonché uno dei tre splendidi album, nei quali Cignaroli tesaurizzò la propria produzione grafica e oggi nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, sono raccolti, per motivi conservativi, in un piccolo ambiente. Quest’ultimo è collocato simmetricamente ad un secondo spazio dedicato ai libri illustrati, esemplificativi della vitalità dell’editoria veronese del secolo e del concorso degli artisti locali all’arricchimento della veste grafica dei testi. Tra di essi un ruolo di primo piano è rivestito da una edizione del 1732 della maffeiana Verona illustrata, corredata da incisioni che traducono disegni di antichità di Giambattista Tiepolo.

Proprio alla commissione di Maffei al Tiepolo del 1724 gli studiosi agganciano il dipinto del veneziano con Eliodoro e l’alto sacerdote Onias, un tempo parte di un ciclo decorativo di tele andate quasi tutte perdute a seguito del bombardamento che distrusse la chiesa veronese di San Sebastiano, nella quale erano conservate, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il dipinto trova spazio nell’ultima sala della mostra, dove è stata anche posizionata in scala 1:2 la fotografia del soffitto con l’Apoteosi di Ercole nel salone di Palazzo Canossa, eseguito da Tiepolo nel 1761 e andato anch’esso in larga parte distrutto a causa delle sollecitazioni prodotte dall’esplosione del vicino ponte di Castelvecchio nel 1945.
In attesa di un eventuale e complesso tentativo di ricostruzione dei frammenti raccolti e conservati, seguendo un approccio capace di restituire leggibilità compositiva al testo pittorico, tentativo preceduto dalla definizione della metodologia d’intervento più appropriata, si è scelto di sovrapporre alla vecchia immagine in bianco e nero del soffitto, immagini a colori delle porzioni di intonaco ancora sulla volta di Palazzo Canossa. Al contempo si è provveduto alla ricomposizione di un’area limitata dell’affresco, corrispondente alle due personificazioni della Pace e della Fortezza, affiancando al riassemblaggio una ricostruzione a colori completa della porzione coinvolta, realizzata grazie alle tecnologie informatiche.
Sono invece giunte integre sino a noi, perché staccate poco prima del danneggiamento della sala, le cinque sovrapporte di sagoma ovale, che, tornate nella loro sede originaria nel 1960, sono state prestate dai proprietari per questa occasione e rese nuovamente visibili. La loro qualità ha suggerito ai curatori di modificarne il riferimento da Giandomenico a vantaggio del padre Giambattista Tiepolo.
Infine, in una saletta attigua, un filmato racconta con maggiore completezza le vicende conservative dell’intero apparato decorativo.

Il percorso espositivo è anche intercalato da alcune sculture e quadri di altri maestri attivi a Verona nel Settecento, autori di opere che, sebbene talvolta di qualità inferiore, aiutano a restituire nella sua complessità il panorama pittorico e culturale della città dell’epoca.

Conclusioni

Per la qualità e accuratezza del progetto scientifico, per le occasioni di studio e riflessione proposte, la mostra veronese costituisce un’occasione imperdibile non soltanto per gli specialisti, ma anche per un pubblico purtroppo sempre più abituato a rassegne dai nomi roboanti, spesso legate esclusivamente a ragioni economiche e prive di una vera ambizione di ampliamento degli orizzonti conoscitivi della disciplina.


Si ringraziano Paola Marini (Comune di Verona – Direzione Musei d’Arte e Monumenti) e Ilaria Turri (Comune di Verona – Museo di Castelvecchio, Segreteria organizzativa eventi e manifestazioni).

 

Autore/autrice scheda: Daniele Giorgi