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Galleria

La Piramide di Cheope e la Sfinge, da Sebastiano Serlio, Il Terzo libro di Sebastiano Serio bolognese nel qual si figurano, e descrivono le antiquità di Roma, e le altre che sono in Italia, e fuori de Italia, Venezia, editore Francesco Marcolini, 1544, Venezia, Biblioteca del Dipartimento di Storia dell’Architettura Università IUAV
Jacobello del Fiore, Leone di San Marco, Tela, 167x340 cm, Venezia, Palazzo Ducale
Giovanni Battista Belzoni, Tavole illustrative delle ricerche e operazioni di G.Belzoni in Egitto e Nubia, Londra, editore John Murray, 1820, Tavola incisa e acquarellata, Trento, collezione Lupo
Ptolemaeus, Geographia, sec.XV (1454 circa), Codice membranaceo 585x434 mm, Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana
Mummia di Nemenkhetamon, 55x40 cm, Venezia, Museo della Congregazione Mechitarista Armena di S. Lazzaro degli Armeni
Modello di galea sottile veneziana, Lunghezza 380 cm e larghezza alla sezione maestra 40 cm, Venezia, Museo Storico Navale
Ippolito Caffi, Il vento Simun nel deserto egiziano, Olio su cartoncino intelato, 33,5x51,5 cm, Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro
Francesco Fontebasso, Il banchetto di Cleopatra, Olio su tela, 228,6x320 cm, Collezione privata
Alberto Rieger, Il canale di Suez, 1864, Olio su tela, 180x127 cm, Trieste, Museo Rivoltella, Galleria d’Arte Moderna
Francesco Zuccarelli, Coppia orientale con dromedario, Olio su tela, 180x128 cm, Vicenza, Collezione Banca Popolare di Vicenza
Paolo Veneziano e figli, Pala Feriale (1345), Venezia, Museo di San Marco
Eugenio Moretti Larese, Un beduino, 1854, Olio su tela, 81x140 cm, Treviso, Museo Civico
Lorenzo Veneziano (documentato dal 1353 al 1379), San Marco, Tempera su tavola, 114,5 x 43 cm, Venezia, Gallerie dell’Accademia
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Mostra

Venezia e l’Egitto

Venezia, Palazzo Ducale 1 ottobre 2011 - 22 gennaio 2012

Ippolito Caffi, Strada principale del Cairo, 1844, Olio su cartoncino intelato, 34x27 cm, Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro
Ippolito Caffi, Strada principale del Cairo, 1844, Olio su cartoncino intelato, 34x27 cm, Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro

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Tra temperature polari e un allestimento labirintico, Venezia e l’Egitto può essere riassunta come una grande occasione gestita male. Un vero peccato, perché quella proposta in questi giorni a Palazzo Ducale è senza dubbio una mostra raffinata, presentata tra l’altro come la terza tappa di un ciclo di esposizioni sul rapporto tra la Serenissima e le civiltà orientali, dopo Venezia e l’Islam (2007) e Eredità dell’Islam (1993). Senza dimenticare poi che Venezia è stata l’unica città occidentale ad avere un nome in arabo, A-bunduqiyya.

La rassegna tenta di raccontare quasi due millenni di rapporti economici, politici e soprattutto culturali attraverso opere d’arte e documenti di tutti i tipi: dipinti, disegni, incisioni, sculture, ma anche libri, reperti archeologici, costumi, arredi, carte geografiche, astrolabi, mappamondi, persino mummie. Un progetto scientifico davvero impegnativo, che ha richiesto la collaborazione di storici delle più svariate discipline, che insegnano in numerose università italiane ed europee.
Il percorso, che si snoda all’interno della Sala dello Scrutinio, inizia dai primi ritrovamenti archeologici di reperti di età ellenistica fino all’apertura del canale di Suez nel 1869: un’idea lanciata dalla Repubblica veneziana già all’inizio del 1500 ma che sarà realizzata solo tre secoli e mezzo dopo, su progetto dell’ingegnere trentino Luigi Negrelli.

Ovvio che il rischio principale di una mostra del genere sia la dispersività: proporre così tante opere – oltre trecento, prestate da una cinquantina tra chiese e musei – rischia di provocare alla fine una gran confusione nel visitatore, tanto più se le spiegazioni sono carenti. Qualche esempio: l’introduzione è affidata alla grande Pala Feriale di Paolo Veneziano e figli (1345), raffigurante le storie di san Marco e proveniente dal museo della basilica. Un prestito importante, perché vi si vedono raffigurati alcuni episodi importanti per la storia della Serenissima, come il trafugamento del corpo del santo da Alessandria d’Egitto – nella formella, scelta come logo per la mostra, si vede sullo sfondo il celebre Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico, all’epoca ancora in piedi – ma la spiegazione a fianco è insufficiente. Non viene spiegata la leggenda del trafugamento, di come il santo sia apparso sulla nave dei due veneziani – che secondo la tradizione si chiamavano Buono da Malamocco e Rustico da Torcello – calmando le acque in tempesta, come anche mancano spiegazioni, tranne le didascalie, sul dipinto successivo di Jacobello del Fiore raffigurante il Leone marciano: come e quando diventò il simbolo della Serenissima? Un vero peccato, perché la scelta della pala di Paolo Veneziano, che abitualmente ricopre la Pala d’oro sull’altar maggiore della basilica è molto raffinata; oltre ad essere meno nota al grande pubblico rispetto al capolavoro del Tintoretto – Il trafugamento del corpo di san Marco – che è stato già a lungo esposto alla mostra ILLUMINAzioni nel corso dell’ultima Biennale.

La prima sezione comprende anche numerosi reperti archeologici, quali il tesoretto tolemaico di Montebelluna, una testa di sfinge dal Museo archeologico di Verona, una Statuetta di Iside conservata ad Aquileia, una testa di sacerdote isiaco da Trieste o la piccola statuetta bronzea di Anubi rinvenuta vicino a Vicenza. Non mancano Antonio e Cleopatra, rievocati in numerose monete raffiguranti la regina e il condottiero romano, più una serie di imperatori della dinastia Giulio-Claudia, fino ad Adriano e Marco Aurelio. L’apparato multimediale, per fortuna, arriva in soccorso dello spettatore: un primo video permette di ammirare nei dettagli dei mosaici della basilica di San Marco con le relative storie, di entrare nei teleri delle Gallerie dell’Accademia o nell’enorme tela (non in mostra) di Gentile e Giovanni Bellini della Pinacoteca di Brera, con la predica del santo evangelista ad Alessandria.

Proseguendo, nella sezione dedicata ai viaggi, si ammirano carte di navigazione, mappe, vedute del Cairo o di Alessandria, astrolabi e globi celesti anche di provenienza egiziana, le strumentazioni dell’epoca, resoconti di mercanti, relazioni di consoli e ambasciatori. Al centro troneggia scenograficamente il modello ligneo di galea sottile veneziana, quasi quattro metri di lunghezza per tre di larghezza, proveniente dal Museo storico navale della città. I dipinti qui esposti spiegano bene come la città lagunare sia diventata presto un porto privilegiato per il viaggio dei pellegrini che si recavano in Terra Santa: interessante la figura di San Giovanni Elemosinario, nato a Cipro, le cui spoglie furono traslate a Venezia nel 1249. In mostra viene ricordato da una tela di Francesco Galizzi da Santacroce ambientata nella piazza di Alessandria d’Egitto, mentre sotto al quadro è esposto il rilievo dell’urna in legno dorato e policromo, dalla cappella del santo nella chiesa veneziana di San Giovanni in Bragora. Anche qui si può vedere, in un video apposito, una grande mappa del Mediterraneo che ricrea le rotte navali dell’epoca. Una grande teca al centro, dopo la galea, contiene una serie di documenti che testimoniano gli scambi commerciali tra Venezia, Egitto e Siria: oltre a candelieri, lumi, secchielli e bacinelle in ottone e argento dal Museo Correr, è interessante leggere i contratti di vendita dei prigionieri cristiani o degli schiavi, acquistati dai consoli veneziani ad Alessandria, o le lettere dei sultani mamelucchi ai dogi, tutti testi conservati all’Archivio di Stato di Venezia che coprono un ampio arco temporale, dagli inizi del 1400 alla metà del 1700.

La sezione seguente è dedicata all’Egitto immaginato, ovvero a come fu raffigurato dagli artisti veneti, soprattutto nelle storie tratte dall’Antico o dal Nuovo Testamento. In maniera un po’ disordinata sono esposti numerosi dipinti, da un Mosè alla prova del cuoco – qui attribuito senza troppe esitazioni a Giorgione – alla Sommersione del Faraone nel Mar Rosso di Tiziano, più un imponente Veronese (Il ritrovamento di Mosè) che oscura il vicino Riposo nella fuga in Egitto del meno noto Giovanni De Mio, oltretutto pessimamente illuminato. Al centro di questo spazio è esposto un colossale tappeto mamelucco – largo oltre nove metri per tre di lunghezza – proveniente dal’Arciconfraternita veneziana di San Rocco: nessuna spiegazione sulla storia di quest’opera, anzi, in questo caso la didascalia è stata addirittura collocata in basso su una parete di fronte, sotto al cartellino di un altro quadro, e il visitatore riesce a trovarla solo dopo una vera e propria “caccia al tesoro” per tutta la sala!

A questo punto il percorso si biforca e si è costretti a visitare due salette parallele che immettono nella grande Sala del Maggior Consiglio – i cui accessi sono inspiegabilmente sbarrati ai visitatori della mostra – così che alla fine bisogna vederne prima una per poi tornare indietro nel salone principale e vedere la seconda. E dalla grande pittura del Cinquecento veneziano, si passa di colpo al Settecento inoltrato. Nella prima sala, l’allestimento diventa davvero dispersivo e incomprensibile: sono esposti alle pareti le incisioni di Piranesi tratte dalle Diverse maniere di adornare i camini alla “egiziana” (1769), tipica espressione di quel gusto per le antichità che caratterizza il suo stile, e che lo portò a mescolare insieme elementi architettonici greci, romani o egiziani: peccato che tali incisioni siano state sistemate su una parete di fondo, mentre davanti sono state collocate, su una pedana rialzata e all’interno di teche troppo basse e scarsamente illuminate, alcune acqueforti di Giandomenico Tiepolo rappresentanti le Idee pittoresche sopra la Fuga in Egitto (1753). Il risultato è un sovraffollamento di immagini, che non rende giustizia ai quadri esposti dietro, con le opere di Jacopo Amigoni e Giambattista Pittoni, sempre raffiguranti le storie di Giuseppe o di Mosè. Va meglio nella saletta gemella, dove si vede una litografia di Andrea Tosini della famosa Sala Egizia nel Ridotto del Caffè Pedrocchi a Padova: un video appositamente realizzato racconta la storia di questo celebre locale, tutt’ora in attività.

Tornati nel salone precedente, si “circumnaviga” il tappeto mamelucco e si ritorna indietro verso l’uscita. Anche da un punto di vista cronologico si ritorna indietro nel tempo, in epoca rinascimentale. Le ultime sezioni riguardano gli “intrecci culturali” con alcune opere che documentano questi scambi: dal Terzo Libro del Serlio che riporta il disegno della piramide di Cheope misurata dal patriarca di Aquileia, Marco Grimani, ai testi di medicina e di botanica egizia di Prospero Alpini, che sul finire del ’500 portò notizie intorno a varie piante, tra cui quella del caffè. In campo editoriale ci sono alcune rarità, come il primo Corano stampato in arabo a Venezia nel 1537; l’attenzione e la curiosità verso i geroglifici sono rappresentate dalla celebre Hypnerotomachia Poliphili, che fu stampata proprio a Venezia da Aldo Manuzio nel 1499 o ancora, con il libro di Pierio Valeriano Hieroglyphica, del 1579. Un altro video ripercorre la passione per questa lingua rimasta a lungo sconosciuta, ma che torna riprodotta nelle iscrizioni in tanti dipinti veneziani rinascimentali. Ancora una sezione sul collezionismo di antichità, con alcune gemme gnostiche con iscritte formule magiche, e reperti egizi raccolti dai nobili veneziani (i Grimani, i Nani di San Trovaso), qui presentati per la prima volta.

Una “mostra nella mostra” è la penultima sezione, che riepiloga le  grandi avventure della ricerca storico-scientifica ottocentesca: i protagonisti sono due “Indiana Jones” dell’epoca quali Giovanni Miani, geologo e naturalista che condusse una campagna di studio sul percorso fluviale del Nilo, e Giovanni Battista Belzoni. Quest’ultimo è particolarmente importante perché, tra le tante imprese, fece trasportare la gigantesca statua di Ramesse II fino al Nilo, scoprì il tempio di Abu Simbel, la tomba di Seti I nella Valle dei Re e l’ingresso della piramide di Chefren. In mostra, oltre ad un suo ritratto, al passaporto e alle lettere autografe, c’è anche la serie completa delle incisioni acquerellate delle sue scoperte. Si tratta di una delle sezioni più interessanti, sia per le vicende narrate, sia per l’originalità dei pezzi esposti: al centro dello spazio è esposta la mummia di Nehmeket (1069-525 a. C.) conservata a San Lazzaro degli Armeni, interamente ricoperta da una reticella realizzata con perline in pasta vitrea di vario colore, restaurate per l’occasione. Accanto c’è la Mummia di coccodrillo (il rettile era venerato come il Sobek, divinità delle acque), che fu recuperata dal Miani in una grotta e che oggi si trova conservata nel Museo di Storia Naturale di Venezia, nella sala a lui dedicata.

Il lungo percorso si chiude con il vedutista bellunese Ippolito Caffi, qui ribattezzato il “Canaletto del Nilo” per la precisione quasi fotografica con cui riprodusse i paesaggi, sia delle città italiane che orientali. L’artista è presente con undici dipinti e quattro disegni, tutti da Ca’ Pesaro, raffiguranti l’Egitto: dalla valle del fiume ai bazar del Cairo, dalla Sfinge con le piramidi ai templi di Karnak, dalle carovane alle oasi, Caffi raggiunge esiti altissimi nei colori e nella resa atmosferica dei paesaggi, in particolare nelle ore del tramonto. Peccato che i quadri, di piccole dimensioni, alla fine perdano molto del loro fascino, esposti uno sopra l’altro sulle grandi pareti bianche che finiscono con il rimpicciolirli ulteriormente. Come immagine di chiusura, è stato scelto il grande dipinto di Alberto Rieger Il canale di Suez (1864, dal museo Rivoltella di Trieste) che preannuncia la definitiva apertura del Mediterraneo all’Oriente (l’inaugurazione del Canale avverrà pochi anni dopo, il 17 novembre 1869), grazie al progetto del trentino Luigi Negrelli, all’epoca capo delle ferrovie del Lombardo-Veneto, e del veneziano Pietro Paleocapa, che aveva già sistemato il porto di Venezia.

Si esce alla fine “stremati” dopo aver visto così tanto, infreddoliti dalla mancanza di riscaldamento a Palazzo Ducale (chiedete ai custodi), e soprattutto con un senso di insoddisfazione per le poche informazioni. Se alcune sezioni della mostra “reggono” da sole, in particolare quelle sulle esplorazioni di metà Ottocento, su molte altre si poteva fare di più a livello esplicativo, come le parti dedicate alla storia di san Marco o nella sala con le incisioni di Piranesi e Tiepolo jr. Sicuramente lo spazio non è dei più facili: ci si domanda se non era il caso di sfruttare il Salone del Maggior Consiglio, che avrebbe sicuramente “alleggerito” certe sezioni, come pure avrebbe consentito più spazio anche per inserire altri pannelli, mai come in questo caso essenziali per conoscere le tantissime vicende storiche, mentre in molti casi si è lasciato che fossero le opere – con le relative didascalie – a parlare da sole.

 

Autore/autrice scheda: Andrea D'Agostino