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Galleria

Michael Caine 1964, stampe a contatto © Duffy Archive
Benson & Hedges, Mousehole 1977 © Duffy Archive
Allestimento di ‘Brian Duffy. The photographic genius’. Stampe a contatto e fotografia definitiva per la copertina di ‘Scary monsters’ di David Bowie, 1980
Calendario Pirelli 1973, Breast plate © Duffy Archive
French Elle, sud della Francia 1975 © Duffy Archive
Vogue, Firenze, Piazza del Duomo 1962 © Duffy Archive
Allestimento di ‘Brian Duffy. The photographic genius’. Si vedono il ritratto di Jean Shrimpton 1963 e quello di Michael Caine 1964
Queen Magazine, 1965 © Duffy Archive
Vogue, Firenze, Via de’ Tornabuoni 1962 ©Duffy Archive
Jane Birkin 1965 © Duffy Archive
Sammy Davis jr. e May Britt 1960 ©Duffy Archive
Queen Magazine, Sun Tan Feature, Pauline Stone 1963 ©Duffy Archive
David Bowie, 'Aladdin sane' 1973 © Duffy Archive
Christine Keeler, stampe a contatto © Duffy Archive  
Calendario Pirelli 1973, Pen ©Duffy Archive
Queens Magazine, ‘Frocks’ 1965, stampe a contatto ©Duffy Archive
Calendario Pirelli 1973 ©Duffy Archive
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Mostra

Brian Duffy. The photographic genius

Firenze, MNAF- Museo Nazionale Alinari della Fotografia 12 gennaio 2012 - 25 marzo 2012 (prorogata al 20 maggio 2012)

David Bowie, 'Scary monsters' 1980 ©Duffy Archive
David Bowie, 'Scary monsters' 1980 ©Duffy Archive

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Le ottanta fotografie sono introdotte da un pannello che accenna brevemente ai dati più importanti della vita da fotografo di Duffy: gli studi per diventare stilista e l’approdo quasi casuale alla fotografia; il contributo al rinnovamento dello stile nella fotografia patinata, insieme a David Bailey e Terence Donovan; il grande successo personale fino all’inspiegata e brusca fine della carriera, conclusa da un simbolico falò volontario dei negativi nel 1979.
Duffy insomma rinnega l’attività che lo aveva reso celebre e alla quale aveva dato tanto, e prova a consegnarsi all’oblio. Ma, in anni recenti, il figlio Chris decide di (ri)costruire un catalogo del lavoro paterno, ricercando per anni attraverso archivi e pubblicazioni. Il risultato è una raccolta di circa 160 foto, pubblicate in un libro e soprattutto esposte nel 2011 in una mostra alla Idea Generation Gallery di Londra. Mostra di successo alla quale l’esposizione fiorentina deve tanto, dalle opere al comunicato stampa.

Una certa ambiguità pervade sottilmente tutta la mostra circa lo statuto del lavoro di Duffy. Si lascia il più possibile sottotraccia, quasi nascosto, il dissidio e l’insofferenza crescente al ruolo di tecnico, di brillante ma mero esecutore, ingabbiato dalle esigenze della produzione e dei committenti. Un’insofferenza che spiega il falò del 1979 e l’abbandono delle scene. La mostra, invece, vuole concentrarsi esclusivamente sui valori di creatività e rinnovamento linguistico. Il titolo è emblematico: ‘the photographic genius’ conferisce a tutta la produzione coscienza e volontà artistica. Questa fiorentina è una tappa dell’operazione di rivalutazione in termini artistici dell’opera di Brian Duffy, che, con esposizioni e pubblicazioni monografiche, è avvenuta quasi postuma.

Fashion photography


La mostra si articola in due sezioni, non rigidamente cronologiche: una prima parte, più cospicua, di foto in bianco e nero e una seconda dove prevale il colore. Alla fine del percorso si aggiunge una saletta in cui viene proiettato il video realizzato dalla BBC ‘The man who shot the Sixties’ (2010), lungo documentario intervista su e con Brian Duffy. L’allestimento non presenta alcuna caratteristica particolare: fotografie su passe-partout incorniciate semplicemente, allineate sulle pareti bianchissime.
Ad uno sguardo a volo d’uccello, sino alla fine degli anni ’50, la fotografia di moda tende stilisticamente ad una staticità che punta a documentare il dettaglio. Nel rispetto di esigenze commerciali, la ripresa era condotta in modo estremamente descrittivo, le pose concepite per ottenere la massima leggibilità degli oggetti. È la maniera, per esempio, di John French, celebre fotografo di moda tra fine anni ’40 e inizio ’60. Duffy ne è stato assistente e, agli inizi, ha contratto un debito con il suo stile: un linguaggio piano e non aggressivo, posato e documentario.
Le foto di apertura del percorso sono tratte da un servizio del 1962 per ‘Vogue’, ambientato per le strade di Firenze. Questo omaggio alla città ospite rappresenta con molta efficacia l’energia già da subito impiegata nel rinnovamento degli stilemi. Un tratto centrale della personalità di Duffy; anche se la fotografia è, specialmente all’inizio della sua carriera, soltanto un lavoro nel campo già noto della moda, in cui si era inserito come disegnatore.
Il setting all’aperto non è un fatto nuovo in assoluto, ma è evidente che lo spazio architettonico non è più relegato al ruolo vago dello sfondo; al contrario si fa più aperto e la relazione con la modella di maggiore interazione. Succede così nella foto in via de’ Tornabuoni, la modella non è in primo piano e anzi la proporzione della città che si muove intorno la delega ad essere una componente tra tante; Duffy usa però, come accorgimenti per attirare l’attenzione, l’atteggiamento non convenzionale della modella e la sua posizione coincidente col fuoco prospettico. Virtuosismo grafico che si ravvisa anche nella foto in cui la modella è appoggiata al banco dell’edicola: i ritmi geometrici del Duomo, linee e rettangoli, rimandano all’effetto di partitura ottenuto con le cartoline e le scritte sui giornali. D’altro canto, entrano nell’immagine elementi fuori fuoco in primo piano e componenti dinamiche, come le pagine mosse del giornale. Duffy cerca insomma di sciogliere la rigidità impostata con degli atteggiamenti più plausibili, certo non ancora naturali e disinvolti, e introducendo dati di vitalità, suggerita da oggetti in movimento. Una dinamizzazione già riconosciuta in qualche sede critica.

Idoli e idea degli anni ‘60

Poco alla volta, Brian Duffy viene ingaggiato dalle principali riviste britanniche, ‘Harper's Bazar’, ‘Vogue’, ‘Glamour’, ‘Queen Magazine’, ‘The Times’, ‘The Daily Telegraph’. Queste le occasioni in cui, fotografando il modello di stile d’élite, ha contribuito a formare l’immaginario degli anni ’60 che ci appartiene: foulard nei capelli e corse su auto sportive verso il mare, capelli raccolti e grandi occhiali. In mostra alcuni esempi di ripresa non frontale, sempre più in soggettiva, con risultati di grande nitore e pulizia; quello di Duffy è un bianco e nero molto netto, per niente chiaroscurato. Splendide in questo senso le foto per ‘Queen Magazine’ del 1965 o per ‘French Elle’, scattate nel sud della Francia nel 1975.

Davanti al suo obiettivo passano sempre più spesso modelle che diventano personaggi famosi, in un dare e avere di celebrità. Sullo sfondo bianco dello studio posano gli idoli dell'iconografia culturale degli anni '60 e '70: Jean Shrimpton e Joanna Lumley, Brigitte Bardot e Sidney Poitier, Sammy Davis jr. e May Britt, William Burroughs, John Lennon e Paul McCartney, Paul Jones e Charlton Heston, Arnold Schwarzernegger e i Black Sabbath. Molto belli i ritratti di Nina Simone e Jean Birkin, che sta sospesa in un salto, leggera a mezz’aria. Senza alcun dubbio si coglie come Duffy abbia in modo determinante costruito il ‘visual style’ della ‘swinging London’. Scorrendo le opere esposte, è chiaro come il suo linguaggio diventi sempre più spregiudicato e di rottura, in consonanza con David Bailey e Terence Donovan. La nudità irrompe assecondando le spinte rivoluzionarie, spesso con interessanti risultati di equilibrio tra ammiccamento e ironia (‘Queen Magazine’, Sun Tan Feature, Pauline Stone 1963). Soprattutto però viene superato l’atteggiamento manierato e posticcio della posa: dallo studio alla strada l’invito del fotografo è chiaramente a muoversi e comportarsi con naturalezza. Un altro carattere che contribuisce allo svecchiamento delle pratiche di ripresa e insieme alla rottura dei canoni di decoro e soprattutto di rappresentabilità. Smorfie salti ed esperimenti espressivi si colgono al massimo nelle tavole con le stampe a contatto: divertenti tutti gli scatti a Michael Caine, ciascuno teso a cogliere un frammento ordinario e diverso. Le stampe a contatto sono forse gli oggetti più interessanti esposti in mostra perché illuminano la maniera dinamica e libera del lavoro di Duffy (come per le foto a Christine Keeler o per Queens Magazine, ‘Frocks’ 1965) e mostrano i criteri con cui veniva selezionato lo scatto da pubblicare, che è accostato ai provini, come per la copertina di ‘Scary monsters’ di David Bowie.

’70 a colori

La collaborazione con Bowie si consolida nel corso degli anni ’70: il colore tenue di Duffy rispecchia alla perfezione le atmosfere algide e anodine che il cantante cerca per le sue copertine, la più celebre ‘Aladdin Sane’ (1973). Duffy è un prezioso strumento per la costruzione dell’immagine mediatica. Ne interpreta le tendenze e le tensioni grazie ai continui contatti con la cultura pop più all’avanguardia. Il suo nudo, per esempio, diventa sempre più trasgressivo, fa – secondo le esigenze – un uso del corpo sempre più sfacciato e provocatorio. Non stupisce perciò che venga chiamato a realizzare il calendario Pirelli 1973, fotografando le donne ideate da Allen Jones. Questo artista pop britannico, noto per le sculture erotiche che trasformavano le donne in mobili, aveva per l’occasione disegnato le immagini, per cui Duffy si era limitato a produrre dei ‘calchi’ fotografici. Casi come questo, di assoluta svalutazione creativa del lavoro fotografico, sarebbero molto illuminanti per capire l’entità del lavoro di Duffy, ma in mostra non vi è fatto alcun accenno. Al contrario gli scatti Pirelli 1973 sono accostati a quelli per le campagne commerciali, frutto esclusivo del suo lavoro, dalla concezione alla postproduzione. Sono le foto per Benson & Hedges, pensieri surreali in cromie anni ’70; per la Smirnoff Vodka, effetti mirabolanti prima del digitale.

Considerazioni finali


La considerazione più sgradevole è che la povertà di riferimenti e di informazioni sarebbe teoricamente sopperita alla fine del percorso dal documentario BBC ‘The man who shot the Sixties’ (2010). Che però è in inglese, senza sottotitoli in italiano. Non basta la giustificazione che in sala, al momento della visita, la percentuale di anglofoni stesse superando quella di italiani. Questo fatto conferma l’impressione che questa mostra sia stata portata in Italia senza alcuna preoccupazione di adattamento dall’edizione londinese. Avrebbe potuto essere l’occasione per esplorare realmente il genere della fotografia di moda, da sempre destinata alla percezione distratta, ma che è capace, per la sua diffusione pervasiva, di condizionare lentamente la percezione di un’epoca.
Brian Duffy viene espunto dall’oblio del periodico, al quale si era consegnato, perché ne vengano riconosciuti la valenza artistica intrinseca, l’importanza storica e sociologica, e il valore commerciale. Sembra che si cerchi con un po’ di ostinazione di assimilarlo al modello, che aveva rifiutato, di fotografo di moda-celebrità alla Richard Avedon, per citare l’autore che più di recente ha avuto una mostra di questo tipo in Toscana (Lucca, Lucca Digital Photo Fest 2009).

Autore/autrice scheda: Costanza Paolillo